Di cosa parliamo quando parliamo di mecenatismo

By Emilia Campagna

October 3, 2015

Il mecenatismo? Non è mai andato così di moda. Fioriscono gli appelli a “diventare mecenate”: è questo lo slogan lanciato dal Ministero per i Beni Artistici in Italia in occasione del varo dell’Art Bonus, e il termine ritorna frequentemente in campagne di crowdfunding o addirittura negli inviti ad associarsi. Ma si può diventare veramente “mecenati al costo di un aperitivo“? E il mecenatismo è sempre e solo una questione di soldi?

Alcune delle più recenti iniziative di mecenatismo culturale in Italia meritano una riflessione in tal senso. Come riportato da Dario Di Vico sull’edizione del 3 ottobre del Corriere della Sera “a Bologna si inaugura l’Opificio Golinelli, una cittadella della formazione di 9 mila metri quadri che l’industriale della farmaceutica (e filantropo) Marino Golinelli ha voluto donare alla sua città e alle giovani generazioni con l’intento esplicito di trasmettere lo spirito d’impresa e la cultura del saper fare.” E sempre a Bologna recentemente “Isabella Seragnoli ha creato lo spazio Mast dedicato alla fotografia e alla tecnologia e proprio in questi giorni di ottobre apre la Biennale di fotografia industriale.” Due investimenti dall’impegno economico rilevante, ma in cui i soldi non sono sicuramente tutto, perchè proprio per il loro ampio respiro, e lo sguardo lungo sulla formazione dei giovani, si configurano come progetti in cui le risorse non sono solo monetarie ma anche intellettuali, etiche e di passione civile: “Si tratta di iniziative molto diverse tra loro sia per l’ambito di interesse scelto sia per le motivazioni ma tutte insieme danno il senso di un movimento sviluppatosi in anni caratterizzati da un ciclo recessivo che non è riuscito evidentemente a spegnere slanci e passione civile degli imprenditori più attenti (quelli che una volta sarebbero stati definiti «illuminati)». Esperienze lontane da quelle della sponsorizzazione: se quest’ultima in fin dei conti si traduce in uno scambio, del tutto legittimo, tra sostegno economico e visibilità, il nuovo mecenate è protagonista di un proprio progetto. «Rispetto all’esperienza delle sponsorizzazioni — sintetizza Antonio Calabrò, responsabile del gruppo cultura di Confindustria — le imprese sono andate avanti. Nel pieno rispetto dell’autonomia creativa degli artisti fanno cultura innanzitutto per capire i segni del tempo, poi per rafforzare la propria identità e produrre ulteriore valore. E in questo movimento finiscono per svolgere una funzione pubblica».

Una riflessione in tal senso è quella pubblicata sul Giornale delle Fondazioni a seguito di un un tavolo di lavoro che durante il Forum dell’Arte Contemporanea Italiana ha cercato alcune risposte al tema. “Il mecenate storicamente è colui che ha la capacità di spendere nelle arti, forte di superiorità morale, educazione e conoscenza del bello, che lo rende a pieno titolo uomo “politico”. Cosa rimane di questo impianto? Chi sono i mecenati contemporanei e che ruolo hanno?” La “mappatura” emersa dal Forum disegna alcuni aspetti di come questa pratica si realizzi in un ambto così specifico come quello dell’arte contemporanea: “il mecenate contemporaneo abbraccia con uguale entusiasmo opere immateriali e performative, superando quella forma di mecenatismo che sembrava fare più rima con capitalismo dell’arte. Nel contempo, non sembra avere intenzione di influenzare la libertà dell’artista nel momento in cui l’intervento è inserito in una cornice di senso territoriale o tematica. L’elemento ancora più inedito sembra essere la comparsa – accanto ai “grandi mecenati” – di un’ondata di “mecenatismo diffuso”, potremmo dire di prossimità e senza la disponibilità di capitali ingenti.”

In conclusione, il mecenatismo è politica, nel senso più alto che questo termine può avere. I problemi maggiori però sorgono proprio nell’incontro tra pubblico e privato, nel momento in cui legislazioni e burocrazia non riescono a riconoscere il mecenatismo a meno che questo non si traduca in sostegno economico a determinati patrimoni, in particolare in Italia, in cui la paura dell’imbroglio è sempre dietro l’angolo. Eppure, i soldi non sono tutto e anche il tempo è ricchezza: e accanto al tempo,le idee e la passione: e senza queste ultime, pur con tanti soldi, Mecenate non avrebbe meritato il proprio nome.

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Journalist and musician, Emilia is a blogger for Theresia