Orchestre sinfoniche e pensiero rivoluzionario, un amore impossibile?

By Emilia Campagna

August 4, 2015

Perchè ci aspettiamo che le orchestre sinfoniche sopravvivano all’infinito?” Se lo chiede, molto provocatoriamente, Peter Philips sul numero di agosto di Spectator Magazine: la domanda gli è sorta spontanea in occasione della nomina del nuovo direttore dei Berliner Philarmoniker. La selezione di un successore di Sir simon Rattle è sembrata a Peters “un conclave, nientemeno che l’elezione di un papa. In entrambi i casi l’aspettativa è la stessa: le organizzazioni sono talmente iconiche che devono continuare nel futuro senza se e senza ma.”

Diverso il caso di gruppi più piccoli, anche se affermati da tempo e dunque diventati anche loro “istituzioni”: per molti appare evidente come siano talmente legati al nome del loro leader da non far immaginare un futuro roseo. “Quali sono le prospettive a lungo termine del Monteverdi Choir dopo il ritiro di John Eliot Gardiner? O per l’Academy of Acient Music di Christopher Hogwood? Lo stesso si potrebbe dire dell’English Concert di Trevor Pinnock. E la prognosi sembra ancora peggiore per i cori professionali: cosa è successo al John Allis Choir? E cosa succederà dei Tallis Scholars?”

I piccoli ensemble, riflette Peters, nascono con un progetto forte, che li caratterizza e li rende diversi dagli altri: ci si dimentica, però, che anche quelle che oggi sono grandi e istituzionali orchestre sinfoniche sono nate come progetti speciali, anche se lungo la strada hanno perso gran parte della loro peculiarità in favore di una visione molto più mainstream: “Se si vogliono i finanziamenti pubblici bisogna essere attraenti per i non specialisti, ovvero bisogna abbracciare il pensiero dominante. E per allontanarsene serve grande cautela, o si sarà ritenuti pericolosamente rivoluzionari.” Quando nacquero, nel 1882, i Berliner Philarmoniker erano in realtà un gruppo di una cinquantina di musicisti in rotta con il loro direttore: si trattava Benjamin Bilse, e la goccia che fece traboccare il vaso del malcontento fu l’annuncio che l’orchestra avrebbe viaggiato fino a Varsavia in un treno di quarta classe. Per un po’ di tempo l’orchestra si chiamò “Frühere Bilsesche Kapelle” (alla lettera, “L’ex ensemble di Bilse”) ma presto con il nome di “Filarmonica” si guadagnò anche la rispettabilità di un’orchestra di lungo corso.

Guardando il panorama delle orchestre odierne, Peters considera sconsolato che ai Proms di quest’anno ci sarà pochissima o nessuna differenza tra “l’interpretazione della Seconda Sinfonia di Sibelius eseguita dalla BBC Scottish Symphony Orchestra (15 Agosto) e l’interpretazione della Sesta e Settiman Sinfonia di Sibelius suonata dalla Symphony Orchestra (17 Agosto): per avere un punto di vista sentibilmente diverso sul repertorio consolidato bisogna rivolgersi a un ensemble di formazione relativamente recente, l’Orchestra of the Age of Enlightenment”.

Ma cosa sarà della OAE tra trent’anni? “Sarà ancora lì che sventola la bandiera di interpretazioni rivoluzionarie magari anelando a finanziamenti? O sarà testimone di come idee un tempo revoluzionarie sono state accettate da tutti?”

Secondo Peters il modo di continuare a produrre idee nuove e fare la differenza senza soccombere in tempi brevi c’è: la prima cosa non è però possibile per un’orchestra nata nel 1800 (il tempo ormai ha cristallizzato qualsiasi possibilità di idea sorprendente); per garantirsi la sopravvivenza, inoltre, Peters ironicamente invita a non dare ad un ensemble il proprio nome: è il modo certo perché muoia dopo di noi.

C’è sicuramente una terza via, come siamo convinti noi di Theresia: le grandi istituzioni vivono dei finanziamenti pubblici, e su questo fondano la loro attività, il loro prestigio, ma anche la loro appartenenza alla politica e al pensiero dominante. Il mecenatismo fondato sul disinteresse politico e sulla volontà di contribuire alla vita culturale della propria comunità può invece essere il motore che dà nutrimenti a realtà innovative senza chiedere loro di abbandonare, sul lungo periodo, la loro vocazione.

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Journalist and musician, Emilia is a blogger for Theresia