Il mecenatismo al ‘tempo’ di Theresia

By Theresia

July 23, 2015

di Diego Procoli

Un’orchestra sinfonica professionale composta da musicisti sotto i trent’anni di età. Un progetto che l’ha fatta fiorire nel panorama musicale internazionale e che cerca di reinterpretare concetti come mecenatismo e finanziamento alla cultura quali nuovi sentieri di rinascita etica e sociale. Questa è TYBO, la Theresia Youth Baroque Orchestra, compagine formata da giovani professionisti della musica provenienti dalle scuole di musica antica più prestigiose d’Europa, impegnata nella scoperta e nella riscoperta ‘storicamente informata’ del repertorio classico e preclassico, ma anche attenta a proiettare lo sguardo verso l’alba del Romanticismo. Nata nel 2012, anno del suo debutto al Premio Ferrari di Rovereto, dunque quale orchestra residente per il Concorso Internazionale di Fortepiano di casa nella città trentina, la Theresia Youth Baroque Orchestra vive una continua ascesa tanto nella presenza nelle stagioni e nei festival musicali nazionali e internazionali, quanto nel livello esecutivo, che compete fieramente con quello di orchestre meno ‘giovanili’ e più affermate, merito di raffinate proposte artistiche e di lungimiranti scelte musicali e imprenditoriali, foraggiate da un progetto – il Progetto Theresia che all’orchestra dà il nome – fondato e sostenuto dall’imprenditore, editore e musicista trentino Mario Martinoli e da un gruppo di privati cittadini desiderosi di investire le proprie risorse nella musica.
Abbiamo parlato di Theresia proprio con il suo fondatore, Mario Martinoli, per capire meglio come sia nato un progetto come questo, quali prospettive e quali obiettivi abbia e quali sfide ponga all’attuale, e spesso desolante, panorama italiano delle orchestre, giovanili e non, e del finanziamento alla cultura nell’Italia al tempo della crisi.

Come nasce il progetto THERESIA?

Ci sarebbero in verità molti modi per raccontare Theresia. Diciamo che Theresia nasce da una mia esperienza. Io ho sempre finanziato musica, ho cominciato finanziando la mia. Questo mi ha dato la possibilità di accorgermi presto dello stato in cui versava la cultura in Italia, delle difficoltà dell’associazionismo, dei pochi mezzi a disposizione con cui dover fare tanto. A un certo punto mi sono reso conto che bisognava fare un salto di scala, che bisognava trovare delle alternative per il finanziamento della musica. Theresia dunque nasce da qui, come progetto – si badi – non semplicemente di finanziamento musicale, bensì come progetto culturale di più ampio respiro, sostenuto da forze economiche eminentemente private, ossia di cittadini, come me, desiderosi di investire in cultura. L’idea si è dimostrata vincente fino ad ora. Il principio dell’impiego di risorse private implica un investimento in beni ‘immateriali’ che se da un lato si appoggia sul piacere che dalla cultura discende, dall’altro assume i contorni di un vero e proprio impegno sociale. Il finanziamento privato consente infatti di sganciarsi definitivamente dalle pastoie in cui l’erogazione di fondi pubblici imbriglia gli enti musicali e le orchestre. Basterebbe osservare quello che succede in Italia con i festival, le stagioni, le società dei concerti o, per restare in tema, con le orchestre giovanili, legate a doppio filo a progetti culturali non strutturati, pendenti da finanziamenti che arrivano troppo tardi o troppo vincolate a figure di spicco che decretano il percorso vitale di queste formazioni che dovrebbero invece porre al centro, come attori principali, proprio i ragazzi. Questo è stato da subito l’obiettivo di Theresia: far cultura senza nessun doppio fine; spendere per creare un mondo culturale migliore.

È appropriato parlare in questo caso di neo-mecenatismo?

Sì, se per mecenatismo però si intende un gesto che si sottrae al debito politico. Theresia è un progetto molto libero in verità, al centro c’è solo la musica. In Italia ‘mecenatismo’ è una parola scomoda, che fa storcere il naso. Ma qui non ci sono agende nascoste che vanno alla fine a indirizzare o persino a ostacolare il progetto artistico. I ragazzi hanno bisogno di trovare spazi in un’età che è così delicata per la loro professione. Se è mecenatismo quello di cui stiamo parlando, è senza dubbio un mecenatismo che punta ad aprire gli spazi e ad offrire un’offerta pulita.

Che rapporto ha la TYBO con il territorio e le amministrazioni? Avete avuto sostegno per il progetto?

Il territorio non ci ha aiutato particolarmente. Theresia è stata vista spesso purtroppo come un entità pericolosa, come una persona non grata, sostenuta da un progetto che va a minare equilibri consolidati basati sui finanziamenti pubblici. Forse è un caso, o forse no, che in questa stagione non abbiamo nessun concerto in Trentino fra i molti che andremo a fare altrove.

E invece l’Alto Adige-Süd Tirol?

In Süd Tirol siamo i benvenuti, ad agosto saremo ospiti al Bolzano Festival Bozen. L’Alto Adige ha una cultura musicale più ricca e vivace. Tuttavia anche nel Süd Tirol ci sono difficoltà, c’è un grosso problema dovuto alla differenza etnico linguistica, con diversi potentati di lingua italiana o tedesca che si ostacolano a vicenda. Tuttavia in generale nelle stagioni altoatesine c’è una forte presenza di artisti e orchestre provenienti dall’Austria e dalla Germania e poca penetrazione dall’Italia.
Ad ogni modo il nostro obiettivo non è la ‘territorialità’ dell’orchestra ma la proiezione di Theresia sul panorama internazionale, sul modello delle orchestre giovanili europee.

E perché avete scelto di fondare proprio un’orchestra giovanile ‘barocca’?

La TYBO è un’orchestra votata all’esecuzione del repertorio classico su strumenti originali e secondo la prassi del tempo. Questo è il senso della parola ‘baroque’. Io di formazione sono un clavicembalista e uno strenuo sostenitore dell’esecuzione su strumenti originali. Di orchestre di questo tipo ce ne sono poche e la richiesta è tanta. Theresia, proprio perché vuol mettere in campo un progetto culturale di respiro più ampio che abbia al centro i ragazzi, viene dunque a rispondere a una duplice esigenza: da un lato quella artistica, offrendo un’orchestra di altissimo livello, e dall’altra quella formativa, perché consente ai ragazzi che studiano gli strumenti antichi di avere un ottimo banco di prova a loro disposizione.

Data la possibilità di una programmazione di arco più ampio, quali sono i vostri progetti sul lungo periodo?

Pensiamo di spostarci progressivamente verso il repertorio tedesco fra Beethoven e Mendelssohn, quindi ampliando l’organico orchestrale. Cosa che avverrà già per la registrazione monografica che abbiamo
in campo, quella dell’integrale dell’opera sinfonica del grande contemporaneo di Mozart, Joseph Martin Kraus, che effettueremo in collaborazione con l’orchestra di Stoccolma.
Oltre ai programmi periodici su Mozart stiamo poi elaborando, per la stagione 2017/2018, progetti dedicati interamente al periodo classico, centrati sul repertorio sinfonico austro-tedesco.

Scegliete ciò che ‘didatticamente’ è più formativo per i componenti di Theresia?

In verità i ragazzi che entrano nella TYBO sono professionisti già pronti, cosa a cui inizialmente non avevamo pensato. Il livello è molto alto. I ragazzi, a differenza di quanto accade in altre orchestre giovanili, vengono pagati, perché professionalizzare significa anche questo. Giovanile non vuol dire gratis, e purtroppo in Italia questo non è sempre scontato.

Come avviene la selezione? C’è una scadenza nella partecipazione al progetto?

L’ingresso in TYBO avviene mediante audizione e i bandi sono annuali. Dal prossimo anno, intorno a febbraio/marzo, effettueremo audizioni non solo in Italia ma anche all’estero.

Sono audizioni molto ‘affollate’?

Devo dire di sì, e pensi che la comunicazione di Theresia avviene esclusivamente attraverso il web [www.theresia-project.eu, NdR]. La nostra pagina Facebook è il centro dal quale si diramano le informazioni. Non
abbiamo cartaceo. I ragazzi infatti sono lì, è lì che dobbiamo raggiungerli. E la circolazione delle informazioni è molto rapida e capillare. Theresia è conosciuta, se ne parla sempre di più…

Viene da chiedersi da un lato quale sia il vostro rapporto con i Conservatori e, domanda in parte collegata alla prima, se il livello degli studenti italiani, in un campo musicale così ‘delicato’, sia paragonabile a quello degli studenti stranieri…

Il nostro rapporto con i Conservatori è pari a zero, proprio perché, come accennavo prima, non vogliamo legarci a nessuna istituzione. A dire il vero agli inizi avevamo stabilito una collaborazione con il Conservatorio di Bolzano, ma non è andata bene. È successo che il livello non fosse adeguato alla situazione. Non vogliamo che nessuno, per obliqui giochi di potere, interferisca con le scelte artistiche dell’orchestra, non vogliamo veti e non vogliamo che l’orchestra sia strumento per altro.
Per rispondere alla sua seconda domanda, posso dirle che l’orchestra è fatta per metà di italiani e per metà di stranieri. Molti sono i ragazzi che studiano all’estero, ma abbiamo anche musicisti provenienti dal Conservatorio di Palermo o dalla Scuola Civica di Milano. Quindi non c’è una barriera di livello basata sulla provenienza. La differenza che si nota però è nell’atteggiamento. I ragazzi che provengono dalle scuole estere hanno un approccio più professionale, più ricco d’entusiasmo e di speranza, perché all’estero fare il musicista barocco è una professione riconosciuta e qui in Italia non è detto che sia così.
Che i ragazzi riconoscano che Theresia è un progetto cucito su di loro – per costruire una rete, far circolare esperienze e conoscenze – si vede nel loro atteggiamento nei confronti della vita d’orchestra, nella forte fidelizzazione, nella consapevolezza professionale che raggiungono. Riceviamo mail di fuoco se qualcuno non è stato convocato, scene vere e proprie di disperazione. E pensare che anche per questo abbiamo una politica particolare e coraggiosa: le convocazioni girano, come, fermi restando i ruoli di spalla, ruotano i ‘leggii’. Non si crea una struttura fissa e gerarchica, ma fluida. Gli stessi direttori si alternano. Theresia non ha un direttore stabile. Ogni direttore sposa un progetto e si mette a disposizione, ma noi non facciamo due produzioni consecutive con lo stesso direttore, perché l’orchestra non è al servizio di una personalità ma è l’esatto contrario.

Ma così facendo, con questa fluidità di ruoli e con l’aggiunta dei ricambi dovuti alla temporaneità di partecipazione al progetto, non c’è il rischio che l’orchestra non raggiunga una propria identità sonora specifica?

Di questo rischio eravamo coscienti quando il progetto ha preso il via. Claudio Astronio e io eravamo consapevoli che la scelta sarebbe stata coraggiosa, ma ce ne siamo presi la responsabilità. E questa scelta ha pagato, perché Theresia ha una qualità sonora, i ragazzi trovano un loro sound. Inoltre riescono ad adattarsi con enorme duttilità alle situazioni più diverse, sono delle spugne e a seconda dei tutor che hanno davanti, o dell’esperienza musicale che stanno facendo, crescono. Cresce l’orchestra e lo fa a una velocità spaventosa. E poi, diciamo la verità, è «musica da vedere»: fa impressione la giovane età di questi ragazzi paragonata al livello raggiunto.

Merito anche dell’organizzazione degli stage per la formazione e le prove?

Noi rifuggiamo fortemente il modello in uso che prevede per un concerto due letture e due prove. Quando i giorni di prova diventano più di due si parla ormai di stage. Noi organizziamo 4/5 stage annuali di una settimana che alla fine divengono dei veri e propri percorsi formativi. I direttori che vi prendono parte, come Claudio Astronio o Chiara Banchini, hanno un approccio diverso e complementare. Astronio punta più sulla concertazione in senso stretto, organizza i materiali musicali, forma allo ‘stare in orchestra’, all’ascoltarsi, al dialogare musicalmente. Chiara Banchini ha un approccio più ludico, inteso in un’ottica fortemente didattica. Per ora coaching e tutoring sono affidati solo ai direttori. Ma pensiamo di far intervenire presto musicisti e docenti di fama che si dedichino a precisi settori orchestrali. È un percorso che avrà bisogno di un po’ di tempo per entrare a regime, ma lo stiamo mettendo in campo.

È un progetto molto ambizioso …

Mettersi su un’orchestra è cosa che sembra impossibile, ma in fondo non lo è. C’è molta gente che ama la cultura ma che non ha mai pensato a investire seriamente in musica. Molti hanno le risorse e le idee, ma il modello che noi mettiamo in campo è diverso, è un altro: investo il denaro che serve perché amo la cultura e la musica, poi vedrò cosa succede. Il progetto Theresia dimostra che si può finanziare musica privatamente senza avere problemi o scendere a compromessi, invischiandosi nella logica odiosa della politica culturale italiana. Io non sono un disfattista, ma credo che progetti del genere debbano avere un effetto di proselitismo, possano stimolare altri a fare lo stesso. In Italia fra poco non si investirà più in musica, perché manca un’abitudine consolidata. Eppure nei momenti di crisi bisognerebbe investire proprio in cultura, perché è ciò che ricrea tessuto, fa da collante, crea nuovo terreno. Risorse invece non ce ne sono più e i politici girano per le conferenze stampa andando a chiedere scusa perché i soldi per l’educazione, per la cultura, per i giovani devono essere investiti altrove.
Theresia è una creatura che cresce ed è un progetto un po’ eversivo. Non piace alla politica perché a suo modo è esso stesso ‘politico’, in quanto mette a nudo ciò che la politica non è in grado di fare (con le eccezioni del caso, naturalmente), svela le sue insufficienze.
Ma il senso del nostro gesto si radica in questo: sostenere la musica per amore della musica. E nulla più.

L’intervista è stata realizzata da Diego Procoli e pubblicata sul numero di Luglio 2015 della rivista Musica+. L’intero numero si può scaricare in PDF

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